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La magra che le feste di Natale portano a Roma per quanto concerte la musica dal vivo, più che negli altri periodi dell'anno, viene saziata da questa vigorosa serata al Traffic.
Lento è un'entita che cavalca l'ondata (forse in fase discendente...) del filone Isis, Red Sparrows compagnia cantante, caricando atmosfere già di per sè tetre e fittissime di un incedere allucinatorio; parte "Hadrons" come una rasoiata ai padiglioni auricolari, tre chitarre immense danno il via a quello che per mezzora sara un set curato nei minimi dettagli, alternando cavalcate di droni travestiti da psichedelia stra-fatti di distorsione e magma ad abissi di interferenze sonore e feedback manipolati da macchine delay. Sulla scena da qualche anno, in passato più cari alla scuola Mogwai, preparano un albo d'esordio che li vedrà compagni d'etichetta degli Ufomammut..."apocalittica" attesa...
Salgono sul palco per secondi i Last Minute To Jaffna, ufficialmente le star della serata visto che questa a Roma era la seconda tappa del loro mini tour invernale. Una partenza che fa presagire intrecci tra il sonico e il metallurgico, con attacco deflagrante, ma il resto del set è praticamente affidato alla maestria del chitarrista che sciorina riff ammalianti tali da catalizzare l'attenzione, accompagnati da violenti assalti stile Neurosis e litanie piu orientate al sogno malato dei Deftones, ruggiti di voce compresi.
All'una passata penseresti che l'ora tarda abbasserà la tua soglia d'attenzione a discapito dell'ultimo gruppo, ma nonostante una sorta di liceale imbarazzo che avvolge i Tomydeepestego, causata forse dalla goliardia degli amici presenti in sala, i quattro ragazzi creano musica splendida; chitarre fatte di pietra gelida fanno da tappeto volante ad arpeggi a presa rapida, potenti e al contempo avvolti nel blu come sapevano ben fare all'epoca i Catherine Wheel. Accattivanti, e non solo per gli amanti di un genere già di per se ibrido come il "post-hardcore", hanno dalla loro parte l'ottima scrittura, per quanto possa essere difficoltoso circoscrivere un brano strumentale dalle dinamiche cosi dilatate e distanti rispetto la classica forma canzone. Ma come si fa a rimanere immobile di fronte all'apertura di "Renovatio"?
chri
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Più di un ep, meno di un album. All'atto pratico 5 brani che fanno dell'eterogeneità la loro compattezza. Regna l'elettronica, ma nascosta in modo magistrale facendo risultare questo lavoro in apparenza un rock dai contorni elastici; ricami di field recordings sottolineati da intrecci di sinth ai minimi termini e un balzo nei lavori piu canonici dell'ultimo Fennesz ("Chlorine"). Compare in prima fila John Sampson, poco noto tastierista che accompagnò gli Amusement Parks On Fire nel loro tour di spalla ai Deus lo scorso anno, e che partecipò alla registrazione del loro secondo album Out Of The Angeles. Inconsciamente l'accostamento al gruppo di Nottingham è automatico, soprattutto su pezzi come "Crescents", trascinati dall'onda anomala che scatena quella ritmica inarrestabile. Stesso discorso per la finale "Albatross CC" in cui tutti gli elementi Swimming si mescolano, intaccando fino a penetrarlo e iniettarvi linfa sintetica un bell'esempio di pop psichedelico e roboante. Hanno chiaro in mente cosa dire, come creare canzoni che rispecchino la vita plastificata dei giorni nostri, dando ad ogni suono un tocco di non banalità che fa acquistare ai brani punti in più ad ogni ascolto e aumenta a dismisura il divario dallo stampo mainstream oramai trito e ritrito. Come fare musica che non faccia pensare: bello, pare proprio...
chri
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Star ha provenienza statunitense, Chicago, città nota al pubblico musicale per ben altri lidi sonori. Una serie di canzoni che difficilmente si riuscirebbe a distinguere l'una dall'altra fatta eccezione per un paio di gemme preziose che, se non brillano per originalità, denotano ispirazione da far invidia e racchiudono forse le energie sottratte al resto dell'albo. Pop melodioso e saturo, parente stretto di Amps e compagnia 4ad meta anni novanta, con la voce di Shannon Roberts che aleggia nell'aria oscillando tra falsetti memori Elizabeth Frazer e un Jim Reid tutto al femminile. Le cooridinate sonore sono ben salde allo standard dream/pop(nebuloso)/noise: prendete chitarra, un pc e mettete insieme giri di accordi dal retrogusto zuccherino, aggiungete il fatto di aver ascoltato e fatto vostri album come Psychocandy e Star(...) dei Belly, poi registrate e alzate il gain del distorsore possibilmente oltre il livello massimo. Ad ostacolare il tutto ci si mette forse una batteria elettronica e una serie di plug-in che a tratti lasciano il gelo. La forza di una canzone come "Acting So Tough" riesce pero a far dimenticare tutto e pensare per un momento che gli Star abbiano trovato la via della luce propria, in un'estasi pop che in meno di due minuti e mezzo riesci a toccare con mano la materia viva. Seguono in doppietta "Honey Suckers", un lento chitarra e voce cibti di walls of sound, e "No More Party", che da sole potrebbero valere un acquisto.
chri
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Composizione policroma di materiale sintetico e suoni analoghi ai corrispondenti reali in memoria di musica per pianoforte da ascoltare in una camera. Questa cazzata per dire che A Lucky Pilot, aka Bruno De Bona, gia chitarra dei post-rockers Lust, è un compositore dei giorni nostri. Ascoltandolo si pensa: starebbe bene come colonna sonora per il cortometraggio di un giovane regista alle prime armi, che tenta di esprimere quel grande ammasso di idee accantonate per una vita, e che la prima volta con una macchina da presa in mano mette al fuoco troppa carne. E infatti tutto nasce come sonorizzazione di un cortometraggio mai realizzato.. Bellissimi passaggi di pianoforte dal retrogusto classicheggiante ed echi di Satie, timidamente affacciato in un ventunesimo secolo fatto di strani macchinari e interferenze digitali che illuminano l'aria ("It's Too Far Away"). Un elettronica impalpabile fa capolino qui e la senza intralciare il fluire di violino e pianoforte, spuntando improvvisa stravolgendo suoni e portando il tutto a livello onirico ("Out Of Time"). Registrazione oltremodo casalinga, che se non rende giustizia alla lunga serie di strumenti sintetizzati contenuti nell'albo rivela un lavoro non filtrato da maniacali cure foniche e per questo piuttosto diretto. Fraseggi di chitarre stile Labradford riempiono la seconda parte del lavoro lasciando sospeso l'ascolto alla ricerca di immagini sulle quali far scorrere queste note, trovando poi rifuggio nel materno post rock dall'incedere lento di "Next One"; finale in un ipnotico rituale stile Crescent su "Platform". Ecco il fascino della musica fatta in casa, la possibilita di mettere per iscritto flussi sonori senza bisogno di intermediari che diano benestare; il rischio di cadere nel grande oceano della dimenticanza post-rock è per fortuna agilmente schivato in questa occasione.
chri
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E' possibile estrapolare dalla nuova ondata laccata qualcosa di estremamente valevole. I Twisted Charms al terzo singolo in quasi due anni di lavoro fanno centro pieno. "Boring Lifestyles" è due minuti e mezzo scarsi di lucida declamazione, con testi che senza troppo cinismo disegnano una societa inglese plastificata all'eccesso (non distante dalla nostra tra l'altro..). Niente toelettatura prima della musica, niente inutili mostrine e frangette aerografate. Un misto di P.I.L. e post panc che del panc elimina borchie e sporcizia e mantiene alto lo spirito; niente fastidiose chitarre grattugia, sax che rinsavisce cliche musicali tarlati dal tempo, Nathan Doom alla voce canta di noia e sterili paesaggi provinciali britannici; come dei Romeo Void intrippati per Live At The Witch Trials dei Fall. Lato b per "Happy Alone", meno roboante della precedente e spedita sui binari del ballabile nonostante frastagliati intrecci di strumenti e voce. L'album uscira a breve, e speriamo che quando a Gennaio saranno in Italia per un paio di date porteranno qualche copia...
chri
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Originari di Gothenburg, Svezia, Daniel Anghede (gia negli stoner-rockers Astroqueen) e Tomas Almgren nel giro di cinque mesi, sul finire dello scorso 2005, danno vita alla creatura Hearts of Black Science, cancellando in un sol colpo il background musicale dal quale provengono. Cinque tracce di electro rock in grado di accattivarsi l'interesse di un pubblico il più variegato possibile; con la sensualita dei Depeche Mode, la delicatezza indie-pop dei Radio Dept. dopo la svolta elettronica, discutibile ma inevitabile, dell'ultimo album ed un tocco di quell'indie-tronica seducente che fece di Neon Golden dei Notwist un fenomeno epocale qualche anno fa. Tinte scure particolarmente accese su "In A Park" scoprono un substrato quasi dark evidente anche nella grafica particolarmente curata e raffinata del loro lavoro. Rimangono alla mente indelebili ritornelli di "Snowfall" e "Empty City Lights", dando merito al duo di scrivere canzoni melodicamente ineccepibili, ma al contempo dall'ispirazione piuttosto altalenante. In arrivo il prossimo anno l'album d'esordio sulla londinese ClubAC30. Continua la calata scandinava.
chri
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Freschezza raggelante tra i vortici di wah wah che spirano su "Freezer Burn", e quell'electro sommerso da sciami impazziti di chitarre che portò alla ribalta(si fa per dire) i mitici Sunshot rivive su questo demo in forma rimodellata. La brezza pop sospinta dalla voce monotonale di Emma Bailey accosta ulteriormente i pezzi ad albori melodici di pop psichedelico, intarsiato fino al dettaglio dalle chitarre di Mat Flint, basso dei Death In Vegas ma soprattutto chitarra e voce dei tanto mitici quanto dimenticati Revolver. Cinque pezzi che corrono sul lettore senza sosta, trascinati da ritmica incessante con basso pulsante e pungente nei suoi ripetitivi giri concentrici, rimettendo in gioco stilemi madchester ormai dimenticati dai trand attuali. Memorie dei primi Heart Throbs nell'eccellente Commodity e ritornello imbevuto di colla melodica. Tutto pronto per dar vita ad un nuovo ufficiale tassello di psychy-pop inglese.
chri
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Il minuto e 12 di "The Hills Have Eyes" introduce al substrato emozionale attraversato durante il disco, mescolandoci ad un magma indistinguibile. Ha la forza di cingerti in una stratta impalpabile questo "Scars Of The Midwest"; ampi tratti strumentali che sfiorano velluti ambient e cambi di tonalità che modificano lentamente in base alla pressione delle dita su corde e tasti di sintetizzatori. Una gestazione prolungata, pubblicato ufficialmente solo lo scorso Maggio, un anno e mezzo passato a plasmare il suono rendendo le nove tracce granitiche, levigate nei minimi dettagli; l'aria che si respira è scura, struggente nei pezzi cantati ("Oig", "Epiphany"), la voce di Duncan Attwood scende nell'intimo oltre il sussurrato, scrivendo poesie di bellezza abbacinante su note di pianoforte lontane anni luce, separate l'un l'altra da onde sinusoidali che creano raccordo ad esplosioni psichedeliche tinte di bianco e nero, squarciando il torpore e le nebbie che cospargono l'intero album. Il piano è lo strumento piu ricorrente, aleggia su strati di suoni sintetici mescolati e filtrati con maestria dalle mani di Corin Dingley, sottolineando ulteriormente il carattere drammatico e cinematografico dei crescendo d'estasi ("Ub2"). Una sofferenza più umana rispetto ai silenzi e i suoni onirici dei Sigur Ros, capacità di descrivere in musica immagini fantastiche nello stile narrativo dei Godspeed!Youblackemperor iniettando linfa vitale in un rock sepolto. Uno spiraglio di sole su "Amoc" stacca per un attimo l'alta tensione che attraversa l'intero album, lasciando un sorriso dopo un tortuoso viaggio nel profondo.
chri
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