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Un breve racconto fatto di suoni. Movimento in cinque scene, ambientazione e scenografia si descrivono con lo scorrere dei secondi e con la definizione dei suoni ben distaccati l'un l'altro per dilatazione temporale e fascino. Sampler vocali pescati a prestito da film; acquarelli di suono e sinth sopra timide basi elettroniche, bisogno di null' altro. Poco più che minimali gli ambienti, poche note a descrivere interni ed esterni, musica da camera, per camere fredde, poco illuminate, lunghi primi piani su volti, città piu vive che uomini, passeggiate, notti buie, case deserte. "Christopher Lee" lascia sonorità e meccanismi piu o meno collaudati alle spalle, quell'elettronica di contemporanea fattura, di digitalismi trasformati in quattro quarti, di strati di sinth e di umori, per elevarsi in qualcosa di piu colto, in un suono tanto più ricercato quanto spontaneo, il finale di un film che presagisce movimenti inaspettati nel futuro del regista.
chri
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Fratello e sorella Upton che decidono di formare un gruppo. Sempre avuto strana impressione su fratelli che decidono di fare una band, come fidanzati che suonano assieme, ma tra fratelli il legame di sangue ha la differenza dell'indissolubile oltre il litigio. Comunque loro son di Notthingham, Inghilterra, entrambi a voce e chitarra e si alternano a primeggiare tra pezzi abrasivi per distorsione e pezzi abrasivi per mal di vivere. Colpisce la forza delle parole che riempiono strofe e ritornelli, scandite come fossero impresse a lettere cubitali sull'udito frastornato a volte e cullato melanconicamente altre. Sorella Gemma interpreta i momenti piu enfatici ricordando i primi gemiti degli Heart Throbs reduci da un concerto dei My Vitriol, lasciando al cantato maschile un paio di episodi che brillerebbero tra i pezzi migliori di un Wild Mood Swing dei Cure in fase allucinatoria. Coadiuvati in produzione da John Sampson, già Amusement Parks On Fire e Swimming, hanno un amore spropositato per il buio i colori scuri e le temperature tropico-siderali, rilasciando una miscela densa sul terreno, una strana malattia della natura che inaridisce, crea vuoto, comandata da formule magiche pronunciate a gran voce.
chri
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La Sicilia calda in estate, un casolare immerso nell'arido della campagna siracusana. I Suzanne'Silver registrano in tre giorni questo album d'esordio durante la scorsa estate, racchiudendo in presa diretta sostanze tangibili come suono scheletrico, impatto, certa dose di lo-fi. Suono lasciato accuratamente vergine, cio che esce dalle pelli e dalle valvole riecheggia nei padiglioni auricolari con perfetta continuita sonora. Non è un caso che il disco venga dato alle stampe da un'etichetta americana, i ragazzi suonano e respirano come lo fossero anch'essi, ma stranamente nati in terra sicula. Come toccati dalla mano di Steve Albini, in una qualsiasi delle sue creature che popolano gli anni novanta, post in tutte le sue deviazioni, disseminato di variazioni e sussulti ritmici accompagnati da melodie che bilanciano bene la matematica della costruzione sottostante. Lotte tra spinte emotive e geometrie spigolose sono la linfa del disco che nei momenti rari di cantato sbraita e ricade poi in silenzi carichi di nevrosi. Assimilare linguaggi diversi, cercarne le proprietà e raccontare se stessi. Abbandonare. Cercare la propria perfezione.
chri
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Alog è uno scomposto duo norvegese che crea suoni; li rapisce alla realtà e li spaccia raffinati, alcuni convenzionalmente altri decisamente no. Sull'home page del loro sito internet compare la foto di una sessione delle loro registrazioni abbastanza esemplificante: un microfono posto a distanza di una lastra di legno nella quale viene conficcato un chiodone con l'ausilio di un martello... aggiungi al martellare decomposto e rielaborato in studio sotto forma di drone frastagliato una chitarra acustica che impazza sullo stesso accordo mescolata al suo contrario e la compatta miscela corale comincia a definire i propri confini. Nonostante il riferimento primario sia l'avanguardia e una certa elettronica colta contemporanea nessuna traccia rimane fredda e refrattaria all'emotivita, dal tutto emerge una sensibilita quasi pop che attira curiosamente all'ascolto di ogni brano; traspaiono voci intrecciate a droni di bellezza innaturale, frutto di un'alta capacita di manipolazione sonora dei campioni pescati su e giu per la Norvegia. Scorre, incuriosisce, attira come magneticamente l'udito alle fonti sonore senza soluzione di scampo.
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Boy In Static passa al secondo capitolo. Lui, è un solo lui che si cela dietro questo nome, Alexander Chen, al quale si unisce dal vivo una band di supporto, è di Boston ed ha passato la soglia dei 25 da poco; esordisce nel 2004 con un albo edito per la tedesca Alien Transistor, proprietà dei Notwist, dove le piccolezze digitali facevano buona parte del gioco e il carattere e incentrato sulla fattura casalinga. Ora chi punta su di lui è la Mush, che nel suo sterminato catalogo dà spazio anche a dimensioni eteree come questa. Passa un pò nel dimenticatoio il digitalismo del passato, la forma-canzone diventa motivo fondamentale di vita per questi brani che respirano quasi abbiano vita propria, cantate a lunghi sospiri ricordando Chapterhouse d'annata. L'elettronica si fa piu studiata e meno invadente, quasi irriconoscibile e resa più umana del pensabile, naturalizzata/snatuiralizzata dal suo essere aliena; il taglio del disco diventa meno home made dando vita ad un insieme corale che sembra piuttosto lavoro di un vero e proprio gruppo. Umori contenuti sempre sotto la soglia consentita, sporadicamente lasciati liberi, scegliendo in certi casi ristampe di sonorita anni 80 come nella finale "Leave You Blind". Sul catalogo Clairecords avrebbe dato una ventata di nuovo ma forse il futuro nn è in mano loro.
chri
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E arrivò il giorno che nella città A.C.M.E. si iniziò a fare musica elektro... cartoni animati allucinati giravano per gli studi di holliwood scambiandosi cartoni animanti l'un l'altro in una festante atmosfera a suon di riff tastierosi plastificati e beat trascinanti. Non è un caso che sull'home page del suo sito http://www.dandeacon.com/ ci sia un papero stile daffy duck ad accogliere il navigatore. Canzoncine con vocoder tiratissimi e incalzare ritmico festante (The Crystal Cat). E apparentemente, l'apparenza, appare tutto piuttosto buffo, dal gusto kitch e infestato di strane figure dal DNA elementare. ma bisognera anche giustificare pezzi come Wham City e i suoi 12 minuti di capovolgimenti sonori e sing along di sicuro acchiappo. Non rimane elemento isolato, i momenti dei rumorini tornano così ricorrenti e massicci che la curiosità diventa certezza scoprendo Dan Deacon laureato in musica(arte) elettro/elettronica nel college di Purchase, stato di New York; è certamente geniale. Usa i suoi giocattoli come un bambino riuscirebbe ad animare i propri pupazzi, generando musica minimale all'essenza, minimale nei suoni puri di onde generate e lasciate quasi vergini, minimale in tutto tranne che nei contenuti spesso sovraccarichi di elementi e punti focali così bizzarri da risultare soittovalutabili. Battute concitate tra techno strampalata lunghe discese/salite di incastri elettronici e di nuovo tira su la maschera animata senza farsi notare, creando un corto circuito/punto interrogativo in chi decide di ascoltare. Un' interminabile "Jimmy Roche" multistrato sonoro sancisce la fine dell'album sfumando verso tonalita di rumore bianco tanto da dimenticare in 5 minuti il verso di Wooody Wooodpecker che ha dato inizio al disco assieme all'alienazione spensierata che domina festante.
chri
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L'effetto dell'ascolto sincronizzato di due dischi differenti crea nell'ascoltatore una strana sensazione di sfasamento, curiosa e anonima inizialmente, poi piacevole per alcuni, insopportabile per altri. L'uso massiccio di droghe crea nell'utente alle prime armi forti effetti psicotropi, modificazione del contatto col proprio corpo e dei rapporti sociali. Nel campo musicale, chi carica le proprie composizioni di effetti sconvolgendo la massa sonora ricrea in un certo modo questo scompiglio sensoriale. Fermo restando che una ritmica dritta concentra l'attenzione, e l'abitudine a sonorità dilatate e dissonanze/caos vorrebbe che tu sia solito trovare un orientamento nei più svariati meandri delle composizioni; su questo disco il talento infinito del quintetto di Philadelphia / Montreal sta nella sorpresa, nell' inaspettata confusione che ritorna uguale a se stessa dopo uno sdoppiamento che causa perdita d'equilibrio ("C'Mon"). "C86 Is Killing My Life" dicono i Parenthetical Girls e direi che anche qui c'è odore di sangue, con l'aggiunta di una diffusa fauna elettronica in odore di Aphex Twin e una visione della canzone che perde contatto con la struttura estrapolando ciò che di Loveless lasciava più distaccati dal reale. Dall'inizio alla fine cercando di mettere a fuoco in un mix che cambia di continuo piani d'attenzione e strumenti al centro dell'immagine, tra suoni lontani e vicini che si alternano nascosti dietro una casualita più che ben studiata.
chri
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Brevi tracce sul terreno, frammenti ritmici incollati uno di seguito all'altro dilatano il tempo esponenzialmente conducendo d'istante alla fine del cd. Un demo di sei tracce proveniente da Derby, spostatosi li da Bristol, sotto nome Nova Robotics. Composto di chitarre, elettronica che di rock ha poco, di post qualcosa, che si svincola dagli attacchi integralisti dei 65 Days Of Static ("This Begs Social Commentary") per prendere strade piu intimiste e creare incastri melodici adatti a solitudini riflessive. Un tocco di visionarietà nella cura dei rumorini elettronici farebbe spiccare il volo a dei brani che racchiudono un forte contenuto emozionale e intrecci che fanno evaporare facilmente l'attenzione sulla realta di chi ascolta. "Dolouze" concentra l'attenzione su strumenti puramente sintetici e fugacemente si scorgono due esseri robotici intendi ad amoreggiare lasciando la mente interdetta sullo scoccare del minuto e trenta. Gioverebbe ascoltare un'altro lavoro per sapere come continua la storia.
chri
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Khonnor indossa con piglio disinvolto i suoi diciassette anni. Solitamente l’età inquieta lascia segni d’attitudine massimalista, cicatrici che rimarranno lì come un monito al semplice tatto. Invece Connor Kirby riesce a fermarsi, sospendere il gesto plateale ed adolescenzialmente definitivo. “Handwriting” è un disco malinconicamente scintillante, in perfetto equilibrio tra suggestioni folk ed intuizioni elettroniche, tra “l’estetica dell’errore” di matrice glitch ed una certa vena cantautoriale. La sensazione è che la perfezione dell’opera prima sia lì ad un passo ... oppure è addirittura così vicina ai nostri occhi da non poterla mettere completamente a fuoco. La pigra grazia di “Dusty” ipotizza occhi feriti da luci pomeridiane ad insinuarsi tra le dita con perseveranza quasi animale. In “Daylight and Delight” la stratificazione dei suoni e dei riverberi suggerisce alla voce stessa la sua romantica grazia. Michele Pollice http://www.myspace.com/khonnor
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Fra qualche giorno gli "All Traps Set" debutteranno con un singolo. La Poptones di Alan McGee tira fuori uno straniante sette pollici piuttosto fuori dagli schemi, che sembra tornare dietro di dieci anni alle suggestioni claustrofobiche dei Crescent; giocato interamente su tempi increspati di batteria, con manipolazioni in post produzione di pattern ritmici che si accavallano, moog irriconoscibili e rumori asettici che penetrano l'ascolto da un lato all'altro della stanza lasciando la melodia lontana anni luce. Chiare influenze di Can e rock krauto, dichiarate, intenzionalmente esperite. Ne arrivassero di dischetti del genere da queste parti...
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